
La parrocchia di Sant'Antonio comprende tutto l'abitato della marina di ponente di Cattolica, da Viale Fiume al corso del torrente Ventena ed oltre. Fino all'inizio di questo secolo questa area era contraddistinta da due toponimi dialettali piuttosto significativi, i "guàzz" e i "muntalét", peraltro sopravvissuti nella tradizione fino ai nostri giorni. Con il primo termine si contrassegnava tutta l'area circostante la foce del rio Vivare, il cui percorso oggi rimane incanalato sotto viale Fiume, che gettavale sue acque in mare in dirittura dell'attuale pontile, al centro del litorale di Cattolica. Con "guàazz" si indicavano più precisamente le pozze naturali che venivano a formarsi a ridosso della foce, nelle depressioni presenti fra le compatte dune sabbiose, i "muntalét" appunto, che fino ai primi decenni del Novecento continuavano a caratterizzare gli arenili di ponente, non ancora oggetto di attenzione da parte della crescente economia dei bagni di mare. A differenza del litorale di Levante, lungo il quale già dalla metà dell'Ottocento si erano avanzati progetti di trasformazione balneare, quello di ponente rimaneva come defilato, quasi che il rio Vivare segnasse un limite a quel processo di modernizzazione e di creazione della città balneare che aveva preso avvio dall graduale cessione, da parte dell'aministrazione comunale di San Giovanni in Marignano, da cui Cattolica dipendeva, di fette di arenili a focoltosi forestieri per la costruzione delle prime ville al mare. Periferici rispetto all'abito di Cattolica, i vasti spazi che la sponda di sinistra del Vivare si allungavano verso nord, fin dal Settecento erano entrati a far parte di un'unica grande proprietà detenuta dalla famiglia Del Prete, i cui membri, già mastri di posa e più volte investiti di varie cariche cittadine, riguardo questi possedimenti costieri si erano interessati più che altro di intervenire con opere di bonifica agraria nei terreni più prossimi ai corsi del Ventena e del Vivare, lasciando tutta la parte più prossima alla linea di riva ad utilizzo di pascolo naturale. Questo ampio territorio sterile, peraltro ulteriormente cresciuto tra Sette e Ottocento in virtù in virtù di un costante arretramento del mare della costa, ancora all'inizio del Novecento manteneva inalterati tutti i caratteri paesaggistici naturali. Solo negli anni successivi al primo conflitto mondiale, in virtù dei sorprendenti progressi dell'economia legata ai bagni di mare e della conseguente necessità di trovare nuovi spazi per rispondere alla domanda turistica in costante ascesa, si diede mano alla creazione della marina di ponente che, nel giro di pochi decenni, avrebbe portato alla definitiva cancellazione di ogni forma dell'antica natura. L'intervento della pubblica amministrazione nell'acquisizione di gran parte dei terreni Del Prete, doveva infatti portare alla formazione di una nuova area balneare, scandita da tre grandi viali paralleli, via Carducci, Viale Dante e via Del Prete, intersecati da numerosi viali, ad essi perpendicolari, intitolati con nomi di città su cui innestare il processo edilizio. Iniziava attraverso questa lottizzazione un inarrestabile sviluppo che tra il 1925 ed il 1930 avrebbe poi avuto il suo completamento nella sistemazione della zona più periferica, verso la foce del Ventena, con l'edificazione di diverse colonie estive per bambini. Poco più tardi all'inizio degli anni Sessanta, l'avanzata irrefrenabile del turismo di massa dava corpo ad un boom edilizio che, invadendo senza soluzione di continuità anche le spiagge, avrebbe coperto con la cementificazione massiccia e incontrollata ogni brandello dell'antico paesaggio marino.

<Per me ancora bambina alla fine degli anni Cinquanta, questa zona si identificava con il "Moderno", l'albergo dei miei nonni materni accanto al quale era ubicata fin dal 1935 la loro casa, dove ho trascorso i momenti più felici della mia infanzia. Più che alle immagini chiassose e colorate della stagione balneare, ai giochi all'ombra delle grandi tende a strisce, la mia mente va ai magnifici inverni che immergevano quella parte di Cattolica, quasi staccata dalle attività del centro dalla scuola e dalla mia casa, posti nella parte antica del paese, al di fuori della vita di ogni giorno, in situazioni quasi irreali. Con il sopraggiungere dell'autunno e la chiusura di tutti gli esercizi balneari, alberghi, pensioni, piccoli caffé, da viale Fiume fino all'estremo limite rappresentato dalle "colonie", tutta la vita si fermava e quello spazio enorme e abbandonato si calava nello scenario di una città fantasma. Le strade sgombre diventavano un formidabile posto per corse in bicicletta ed io mi sentivo e io mi sentivo come presa dal fascino di quel deserto che mi pareva tutto da conquistare. Oltre il "Moderno" che insieme al "Gambrinus", allo "Splendid-Steiner", alla Pensione D'Annunzio, figurava come una piccola isola abitata, dal momento che la maggior parte delle costruzioni esistenti nella stagione morta rimanevano disabitate, proseguivano i "muntalet" fino al Ventena. Si ravvisava ancora qualche sopravvivenzadel paesaggio naturale originario, quello delle dune sabbiose pennellate qua e là da macchie verdi di cespugli di piante marine ed interrotte da rare pozze d'acqua, createsi fra le dune con le mareggiate e di là del fiume, attraversato da un ponte di ferro reso accessibile con una spianata di assi di legno ai soli pedoni e ai mezzi a due ruote, si ergevano le "Navi", la colonia per i figli di italiani all'estero, con i suoi immensi prati che in primavera si imbiancavano di migliaia di margheritine. Oltre al mugghio del mare, i rumori erano quelli del vento, delle foglie secche dei platani di Viale Dante schiacciate dal calpestio dei rari passanti, dalle badilate di alcuni uomini che, con un carro trainato da un cavallo, si fermavano a raccogliere la sabbia ammucchiata dal vento, dalle foglie secche a ridosso delle recinzioni degli alberghi e lungo i vialetti che portavano alla spiaggia. Solo raramente il rombo del motore di un'automobile veniva ad alterare quell'atmosfera straordinaria. Capitava talvolta di incontrare a passeggio un piccolo corteo di ragazzi vestiti con un saio scuro, i "fratini". Quei giovani erano un segno della presenza a Cattolica dell'ordine francescano umbro a cui dalla metà degli anni '50, era stata assegnata anche la cura della parrocchia di Sant'Antonio, istituita grazie al loro stesso interessamento. Ma come vi erano arrivati>?

I frati minori conventuali dell'Umbria avevano preso contatto con Cattolica casualmente, quando nell'immediato dopoguerra, su consiglio di alcuni medici, i padri priori avevano scelto la spiaggia di Cattolica come luogo di soggiorno per i francescani bisognosi di cure balneari. La loro loro permanenza solo stagionale però, nel giro di pochi anni finì per diventare definitiva. La casa dei frati e la piccola comunità religiosa era ormai diventata un punto di riferimento e di aggregazione per la popolazione della marina di ponente, quella più fitta di alberghi e pensioni che pur con pochi nuclei familiari d'inverno, d'estate con l'afflusso dei vacanzieri, cresceva in proporzione geometrica. Proprio in virtù di questo fenomeno si motivava l'impegno dei francescani ad istituire un ulteriore polo religioso a Cattolica, la cui unica parrocchia esistente, collocata nel centro storico della città e logisticamente molto distante dall'area balneare più frequentata, si rivela insufficiente ad accogliere la folla domenicaledei fedeli forestieri che si aggiungevano allaq gente del luogo. Il beneplacido del vescovo di Rimini, assecondando la creazione di una seconda curia parrocchiale aveva poi dato legittimità all'intendimento dei frati che, grazie al contributo finanziario dei fedeli, portavano a termine la costruzione della chiesa dedicandola a Sant' Antonio da Padova. Sempre in quegli anni l'impegno di apostolato dei francescani si allargava anche alla limitrofa Gabicce Mare, dove, dai primi decenni del Novecento, si era andata manifestando un evoluzione urbanistica similare a quella della marina romagnola. Il piccolo insediamento di Gabicce Monte infatti, un tempo abitato pressoché esclusivamente da pescatori costieri e agricoltori, sull'onda della crescente economia turistica, si era sviluppato verso il confine romagnolo favorendo la gemmazione di un' area residenziale estiva lungo la linea di riva tendente verso il porto canale di Cattolica. Negli anni '50 la formazione dell'insediamento balneare di Gabicce Mare, ormai ben consolidato, staccato dal nucleo antico del castello situato sulla sommità del colle, stimolava così i francescani, sulla falsariga dell'esperimento cattolichino, ad allargare la propria azione di apostolato anche in quel sito, anche con la piena accondiscendenza del vescovo di Pesaro.Pur facendo parte di due distinte diocesi, la nuova di Sant'Antonio della Cattolica di ponente e quella di Maria SS. Immacolata di Gabicce Mare, si trovano in certo senso gemmellate. Nascevano simultaneamente e venivano date entrambe alla cura dell'ordine francescano dei MINORI CONVENTUALI. (Scritto da Maria Lucia De Nicolò)

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