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Ma come impiantare la parabola architettonica di una <comunità di fede, di speranza e di carità> (Lg, 8) nel tessuto urbano di Cattolica, città prensile e retrattile al contempo, che d'estate si abbandona alla vita frenetica e agglutinante della metropoli e d'inverno si rincantuccia nei ranghi di una tranquilla città di provincia? Come innestare l'emblema di una Chiesa <nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo, e tuttavia pellegrina> (Sacr. Conc.,1) nel cuore svagato e distratto di una ridente stazione balneare, cresciuta in fretta lungo uno dei litorali più belli e più invidiati d'Italia?

Cattolica, città naturalmente aperta all'approdo e cordialmente proclive all'ospitalità, vive infatti sulle fasi alterne di un crescente flusso migratorio, che riversa periodicamente per i suoi viali alberati una folla chiassosa e cosmopolita.

L'annoso progetto della Chiesa di S.Antonio, caldeggiato insistemente dai Frati Minori Conventuali e dalla comunità locale, ha dovuto subire, anche per queste precipue ragioni, una paziente e laboriosa trfila redazionale. Da un lato, bisognava respingere ogni pretesa assolutizzante dello spazio urbano; dall'altro, bisognava pure evitare che l'emblema sacro fosse prontamente fagogitato dall'assorbente anonimia della <città secolare>.

La <dimora di Dio con gli uomini> (Apoc.,21,3) doveva invece esporre, in tutto la sua portata, mirabile disegno dell'Altissimo, il quale vuole <che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della Verità> (I Tim.,2,4).

Bisognava creare un segno, un punto di riferimento, una soglia ecumenica evocante la struggente <nostalgia del Totalmente Altro> nel magma umano di una stazione balneare <fondata sulla sabbia> (Mt. 7,24).

E la Chiesa fu!

Oggi la sua mole bianchissima svaria al sole e si protende all'incontro con il mondo e con gli uomini fratelli.

Basta superare appena il margine della strada, e subito un deambulatorio scoperto ci devìa dalla rutilante <kermesse> della città di mare, immettendoci direttamente nell'area del sagrato.

Davanti a noi si libra leggero l'alzato fronte della Chiesa, aureolata da una finestratura continua in vetro cemento.

Nel registro inferiore, una lunga porta metallica, transitante su pista, segna contemporaneamente la linea di discrimine e di raccordo tra l'aula propriamente ecclesiale e l'ampio sagrato. Grazie alle manovre funzionali di questa porta, le due zone di saldano e si assommano in un unico invaso architettonico, a seconda delle varie esigenze pastorali, imprimendo a tutto il tracciato iconografico una rara valenza <double-face>.

Forse, non si poteva esprimere, in forma più allusiva, il senso dell'accoglienza ecclesiale, esplicitato, in altri termini, dalla porta-cerbiera, su cui troviamo citate inopinatamente antiche massime religiose, tratte dal patrimonio etico-culturale di remotissime civiltà.

Certo sono citazioni difficili, quasi criptografiche, distanti come sono, tra loro, nel tempo e nello spazio. Eppure sono materiale di spiritualità e di trascendenza. Esprimono magari un semplice grido, un moto istintivo, un trasalimento del cuore smarrito negli ampi giri dell'esistenza, del mondo, della storia. Sono grida e invocazioni di generazioni lontane, che pure hanno indagato assiduamente i <segni dei tempi>. (Mt 16,3) ed hanno chiesto, di volta in volta, ad ogni profeta: <Sei tu colui che deve venire o ne dobbiamo attendere un altro?> (Mt. 11,3).

Di fronte a questi testi difficilmente penetrabili, qualcuno si fermerà perplesso e titubante, come davanti ad un ibrido tentativo di centonizzazione. Non è davvero sorprendente, che lì <ad valvas> dove un tempo si appendevano le scomuniche, ci venga proposta una composita miscellanea di testi confucianisti, talmudici, coranici e biblici? Che senso hanno queste scritte, stampate a fuoco sulla porta di una Chiesa cattolica?

La risposta è semplice ed è facilmente intuibile.

Esse vogliono ricordare, al credente come al non credente, che Cristo <il principio e l'esemplare dell'umanità permeata di amore fraterno, di sincerità, di spirito di pace> (AG, 8) è venuto a <cercare e a salvare ciò che era perduto> (Lc., 19, 10); che <in ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia> (At., 10, 35), e che tutti gli appelli del cuore, <per vie che lui conosce> (Ag, 7), confluiscono nel mirabile prologo del Vangelo di Giovanni: <In principio era il Verbo...>.

In fondo, queste scritte richiamano il discorso, di Paolo davanti all'areopago ateniese: <Dio creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi> (At. 17, 26, 27).

Se gli uomini di fede, entrando nella Chiesa di S. Antonio a Cattolica, terranno a mente il filo di questo discorso, prima o poi, si accorgeranno meglio delle parole dell'Apostolo:

<Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi> (I Pt., 3, 15).

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